La rivoluzione che manca

di maltus92

“Rottamazione”, “nuova fase”, “cambio di passo”, ” #cambiaverso”; sono tutti termini e parole che abbiamo imparato ad associare in automatico al vocabolario del segretario del PD e presidente del consiglio Matteo Renzi, sospinto prima al Nazareno e poi a Palazzo Chigi (in quest’ultimo caso con una mossa a sorpresa) sull’onda di una schiacciante vittoria alle primarie dell’8 dicembre 2013.

A cinque mesi abbondanti da quel travolgente successo, tutti gli occhi sono naturalmente puntati su Palazzo Chigi: il governo Renzi riuscirà nel suo ambizioso progetto, darà soddisfazione alle grandi aspettative che si levano attorno alla figura del premier, rivolterà davvero questo Paese come un calzino? Non sono ancora passati i famosi cento giorni che convenzionalmente vengono utilizzati per dare un primo giudizio sulle esperienze di governo, e chi scrive vorrebbe attenersi a tale convenzione; in prima battuta verrebbe da dire che se la direzione individuata è certamente quella giusta, occorre maggior sforzo e minore superficialità nell’affrontare i gravosi problemi all’ordine del giorno, e mi viene da pensare sia al pacchetto delle riforme istituzionali che al cosiddetto decreto Poletti in materia di contratti a termine e contratto di apprendistato. E’corretto mirare a portare a casa risultati concreti sottraendosi al pantano del “tirare a campare per non tirare le cuoia”, il saggio però diceva anche che la fretta – assai frequentemente – è cattiva consigliera. E quindi mi verrebbe da consigliare umilmente al premier nonché segretario del mio partito, dal basso della mia inesperienza politica, di non sacrificare la bontà dei provvedimenti sull’altare della “velocità”.

Tralasciando il governo, quel che risalta maggiormente è l’assenza di una vera rivoluzione all’interno del partito; verissimo, un nuovo corso è stato avviato, risaltano facce nuove, ma ad esempio sul territorio in molti casi l’organizzazione e la “macchina” del partito rimangono in mano a chi avrebbe dovuto esserne privato dopo l’8 dicembre, in moltissimi casi grazie ad accordi di potere fra capi e capetti locali che poco onore fanno al famoso slogan “cambia verso”; manca quella capacità di costruire una squadra che sia un valido supporto per il leader nella sua opera di cambiamento. Che ne sarebbe stato dei riferimenti ideali di Renzi come Tony Blair in assenza dei Mandelson, dei Giddens, dei Miliband, e perché no, anche dei Brown? Non basta circondarsi di fedelissimi del cerchio magico fiorentino, non basta spedire in televisione di tanto in tanto personaggi che facciano bella presenza, non basta il concetto implicito del “giovane è bello e migliore”. Non bisogna cedere alla tentazione di prediligere personalità mediocri a personalità di valore per timore di mettere in ombra il lavoro del leader. Il vero leader deve avere attorno persone che sappiano dirgli quando sbaglia, cosa va e cosa non va, che sappiano farlo riflettere su quali aspetti migliorare.

Sarebbe imperdonabile se Renzi insomma pensasse di poter fare affidamento esclusivamente sulle proprie capacità “taumaturgiche”, formando la propria squadra con personalità-figurina che non gli siano di alcun aiuto nei suoi propositi ma anzi per la loro inesperienza e scarsa attitudine ai ruoli politici di un certo livello ne danneggino la “corsa” riformatrice. Questo discorso può essere tranquillamente applicato anche ai ruoli di governo, dove è emersa parzialmente la tendenza a collocare profili di dubbia esperienza e capacità politica, in alcuni casi per dare contentini alle varie aree del partito e a pezzi dell’establishment (penso al ministro dello sviluppo economico, totalmente silente o quasi dal giorno del suo incarico). E dire che a Renzi non mancano bacini a cui attingere: c’è un oceano di intellettuali, esponenti della società civile, uomini e donne di partito, che hanno sostenuto con vigore la sua corsa verso il Nazareno, e non chiedono altro che  poterlo assistere e accompagnare per mano nel suo cammino impervio. Nel 1960, poco dopo aver ottenuto la nomination per la corsa alla Casa Bianca, JFK incontrò Eleanor Roosevelt, la vedova del presidente artefice del New Deal, fino a quel momento sua fiera oppositrice insieme agli altri liberal del Partito Democratico; la Roosevelt disse a proposito di quell’incontro che aveva avuto l’impressione di aver di fronte un uomo di grandi potenzialità che voleva lasciare il segno nella storia, ben disposto ad accogliere consigli e suggerimenti. Non a caso anche Kennedy seppe circondarsi di una squadra provetta di collaboratori (il fratello Robert, il consigliere Theodore Sorensen, lo storico Arthur Schlesinger Jr, il segretario alla difesa Robert McNamara, ecc). Ecco, se Renzi ambisce a lasciare anch’egli una traccia indelebile nella storia italiana, dia una svolta concreta al suo modo di operare: il futuro della sua azione politica e di governo non potrebbe che beneficiarne.

 

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