Diario di uno pseudo-sindacalista nell’era Renzi

di maltus92

Come probabilmente qualcuno dei miei venticinque lettori di manzoniana memoria saprà, da gennaio di quest’anno mi sono imbarcato in un’esperienza del tutto nuova per me: ho iniziato a lavorare. Ho iniziato a lavorare sapendo che questo avrebbe comportato sia vantaggi (una certa autosufficienza economica, la possibilità di gestirmi in proprio con maggiore libertà, ecc…) che svantaggi (essendo tuttora studente universitario avere 30 ore di lavoro settimanale non è proprio una passeggiata, bisogna conciliare i tempi e non è facilissimo). Forse parlo impropriamente di “lavoro”, perché da un punto di vista tecnico si tratta di un contratto di tirocinio che prevede una retribuzione. E anche dal punto di vista sostanziale non è proprio un lavoro come gli altri, perché mi sto formando come operatore sindacale. Ho colto un’occasione che mi pareva interessante e che ritengo possa essere utile per la mia crescita personale, e devo dire che non sono rimasto deluso.

Per una di quelle curiose coincidenze che capitano nella vita, mi sono trovato a intraprendere questo percorso praticamente in concomitanza con l’ascesa di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Ovvero del segretario di partito e uomo politico che per ben due volte ho votato convintamente alle primarie del centrosinistra e del PD, lo stesso che della guerra al sindacato in quanto “casta” ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. Volendo essere più generico, ho incominciato a lavorare in CISL in uno dei momenti storici meno favorevoli per il sindacato in Italia. Non c’è leader politico, da Renzi passando per Grillo e finendo a Berlusconi, che non abbia individuato nei sindacati un (facile) bersaglio di polemica e invettiva. Tant’è che da parecchi amici, parenti e conoscenti venuti a sapere di questa mia nuova “avventura”, mi sono sentito rivolgere la fatidica domanda: ma chi te lo fa fare? Tradotto: con tutti gli ambiti dove poter cercare fortuna lavorativa, proprio nel tanto vituperato sindacato? Il tutto naturalmente condito il più delle volte con battute del tipo “vedrai che non farai fatica” e cose simili, su cui pure io mi sono fatto una risata. Sarebbe offensivo paragonare la mia condizione lavorativa a quella di un operaio che si spacca la schiena in fabbrica o a quella di un piccolo imprenditore che si lambicca ogni mese per cercare di non chiudere bottega, e io stesso ne sono consapevole, quindi tanto vale riderci su.

Quel che farò seriamente è riportare qui un poco di impressioni e riflessioni accumulate in questi mesi. La prima, forse quella che un osservatore esigente si aspetta maggiormente: i sindacati generalmente intesi (io parlo per la mia esperienza in CISL, ndr) necessitano di cambiare. Da questo punto di vista la permanenza a Palazzo Chigi di un leader sanguigno e poco ortodosso come Renzi può costituire un fattore propulsivo di grande importanza. La messa in discussione di riti e liturgie del passato costringe a un salto di qualità. Quello su cui sono più critico verso il mondo sindacale è pensare all’oggi con le categorie e gli schemi mentali di ieri; non ce lo si può più permettere. Non è più possibile assumere verso i governi atteggiamenti puramente di rivendicazione, non è più possibile limitarsi a sbandierare lo sciopero e la protesta contro quello che non ci va bene. Non è più possibile limitarsi a farsi dettare l’agenda dal potere esecutivo, inseguendolo e acconciandosi in posizione difensiva sui temi che più fanno comodo a chi siede a Palazzo Chigi. C’era un tempo in cui il sindacato (e penso con orgoglio al mio) sfidava sui contenuti i governi, e aveva una capacità di elaborazione propositiva tale da rendere imprescindibile il confronto, e potrei qui citare l’esempio della proposta formulata anni addietro dalla CISL in materia di democrazia economica, di cui quasi nessuno si ricorda. Certo, capacità di proporre va di pari passo anche con la capacità di sapere comunicare efficacemente quanto si propone: i nuovi mezzi a disposizione, ma pure quelli convenzionali, ci permettono di rilanciare l’azione sindacale anche su questo piano. La formula del “botta e risposta” coi governi è logora e consumata, serve uno stile comunicativo più adeguato.

Seconda riflessione: parlare di “sindacati” come fanno spesso politicanti vari e analisti della domenica nel dibattito quotidiano, quasi si discutesse di un’entità monolitica, è urticante. Nessuno è esente da errori, per carità. Il mio sindacato come gli altri ha di che riflettere e meditare su mancanze e criticità. Ma ripeto, è veramente fastidioso esser messi tutti insieme in un unico calderone. E’un tipo di discorso che mi ricorda quello de “i partiti politici sono tutti uguali”. E’ semplicemente un falso, una menzogna. Le responsabilità non sono equamente distribuite, e io credo che la CISL sia molto diversa sia dalla CGIL che dalla UIL. C’è chi del collateralismo e dell’osmosi senza filtri col potere politico ha fatto un vanto, e chi pensa – pur non essendo esente da errori – che l’autonomia tanto dal potere politico quanto da quelli economico-finanziari sia un valore, tanto da averlo scritto nel proprio statuto. C’è chi durante le vertenze si preoccupa di tutelare il lavoro e chi pensa a quale posizione gli farà più comodo per essere l’ospite di punta di qualche talk show televisivo. C’è chi si occupa di quel che dovrebbe fare un sindacato e chi invece ha accarezzato per lungo tempo l’idea di fare del proprio sindacato un vero e proprio soggetto politico, andando a sconfinare su questioni che con il lavoro non hanno nulla a che fare.

Terza riflessione: il sindacato può fare molto di più per migliorare la propria immagine pubblica, penso ad esempio al tema della trasparenza e della gestione finanziaria. E nel mio piccolo mi batterò perché si faccia di più. Quello che proprio non si può sopportare è la retorica di certi politici – da che pulpito, ndr – che vengono a dare lezioni di moralità e buon costume facendo la voce grossa contro i sindacati sperando di lucrare consensi. Se la politica vuole fare qualcosa di utile per il sindacato cominci a guardare nel giardino di casa propria, e la smetta di entrare a gamba tesa su questioni di cui non sa nulla. Coltiviamo la dimensione della rispettiva autonomia, discutiamo nel merito delle questioni, mettiamo da parte gli slogan da quattro soldi. Ogni tanto si legge di questo o di quell’esponente politico che da suggerimenti non richiesti, tipo fare le primarie per aprirsi all’esterno (come se stessimo parlando di partiti politici, ndr) o restituire ai lavoratori i danari delle trattenute sindacali (che ricordo essere contributi VOLONTARI, non estorti o rubati). Il rapporto tra politica e sindacati può rinascere su basi di rispetto reciproco, purché ognuno faccia la sua parte nel proprio ambito di competenza. Interroghiamoci su come ricostruire il nostro rapporto, perché l’idea della disintermediazione, ovvero dell’eliminazione dei corpi intermedi (partiti e sindacati) per far posto ad esempio al rapporto diretto fra datore e lavoratore, è fallimentare e non da buoni frutti. L’esperienza della signora Thatcher in Inghilterra, pur nella sua complessità, è lì a dimostrarlo con il suo lascito di lacerazioni sociali profonde.

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