In difesa dell’immunità parlamentare

di maltus92

“Nota introduttiva: questo pezzo è stato concepito e steso sotto forma di lettera. Immagino di rivolgermi a due persone realmente esistenti, che so essere particolarmente sensibili rispetto a questi temi”

 

A Marco e Francesco, garantisti convinti e coerenti

Cari Marco e Francesco,

in questi giorni avrete potuto osservare come nel dibattito intorno alla riforma istituzionale che sancisce la fine del bicameralismo paritario e modifica composizione e funzioni del Senato sia emersa (ma sarebbe meglio dire riemersa) la questione della cosiddetta immunità parlamentare. Intollerabile privilegio, marchio distintivo della “ka$ta”, gridano gli intransigenti paladini del popolo e della democrazia. Confesso di sentirmi a disagio nell’intervenire in una discussione generale così viziata da luoghi comuni, demagogia e banalizzazioni; ma forse proprio per tutte le corbellerie che si sentono dire mi è venuto spontaneo dire la mia, o quanto meno cercare di riportare un minimo di obiettività.

Cominciamo sciogliendo un equivoco: l’immunità parlamentare intesa come inviolabilità a 360 gradi della persona del deputato non esiste più. Fino ad un certo punto della nostra storia l’art.68 della Costituzione prevedeva la richiesta di autorizzazione alla Camera di competenza sia per sottoporre il parlamentare a procedimento penale, che per trarlo in arresto (anche in caso di sentenza irrevocabile, ma non nel caso di delitti che richiedessero ordine o mandato di cattura, che sono provvedimenti di procedura penale attualmente “sostituiti” dal decreto di fermo e dall’ordinanza di custodia cautelare), perquisirlo, privarlo della libertà personale. Sulla scia degli scandali e delle proteste popolari conseguenti alle vicende di Tangentopoli che tutti ben conoscono, nel 1993 ci si decise a modificare l’art.68, che attualmente prevede l’autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari per quello che riguarda: perquisizioni, mantenimento in stato di detenzione, privazione della libertà personale,  arresto (salvo nei casi di sentenza irrevocabile di condanna o di delitti per cui è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza). Come chiunque può facilmente notare, il regime di tutela è stato notevolmente “ammorbidito”, e non è più presente intorno alla figura dei parlamentari quell’alone di impunità che fino al 1993 poteva essere, con qualche ragione, contestato. Non si capisce dunque dove sarebbe lo scandalo evocato da autorevoli uomini politici, opinionisti e giornalisti, visto e considerato ad esempio che la nostra situazione non è un unicum a livello europeo, e che paesi notoriamente anti-democratici e preda dell’impunità e dei soprusi della classe politica come Francia, Spagna e Germania prevedono, con sfumature lievemente differenti, all’interno delle proprie carte costituzionali la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari (tanto per essere precisi: art.26 della Costituzione francese, art.71 della Costituzione spagnola, art.46 della Costituzione tedesca).

Personalmente ho provato brividi di freddo lungo la schiena leggendo la ridicola argomentazione offerta dal senatore Casson, del Partito Democratico, per sostenere la necessità a suo avviso impellente di abrogare l’immunità parlamentare: la vogliono i politici, i cittadini no. A parte che non ho mai creduto in quella che chiamo la democrazia dei sondaggi, trovo disdicevole (per non dire penoso) che un ex magistrato certamente esperto in questioni di diritto si faccia beffe in questo modo del principio di divieto di vincolo di mandato previsto proprio dall’art.67 della nostra Costituzione: nessun parlamentare può o deve sentirsi pressato o minacciato da una “piazza” (materiale o virtuale che sia) che rappresenta non si sa bene quali e soprattutto quanti cittadini italiani nell’esercizio delle sue funzioni. Chissà, magari l’ottimo senatore Casson fa persino parte di quel gruppo di cosiddetti “dissidenti” che proprio aggrappandosi all’art.67 della Carta difende (giustamente) il proprio diritto a esprimersi in modo difforme dal proprio gruppo parlamentare sulla riforma istituzionale di cui tanto energicamente si dibatte in questi giorni. Evidentemente “la costituzione più bella del mondo” è tale solo quando fa comodo per difendere i propri miseri interessi di bottega, o meglio, di corrente. Un film già visto, insomma.

Casualmente non si trova mai nessuno che spieghi seriamente per quale motivo andrebbe abrogato un istituto – non un privilegio come viene detto – che è indice di rispetto del principio della separazione dei poteri teorizzato dai grandi esponenti del pensiero giusnaturalista ed illuminista. Dove sarebbe, di grazia, la separazione dei poteri in uno stato che permette al potere giudiziario, in maniera totalmente arbitraria, di sottoporre a misure quali arresto, detenzione, perquisizione personale e domiciliare un rappresentante della nazione, facente parte dell’organo di potere legislativo per eccellenza? Qualcuno obietta che in alcuni Paesi come l’Inghilterra non sia prevista alcuna forma di immunità parlamentare, se non il cosiddetto freedom of speach che garantisce libertà totale di opinione e di voto al membro del parlamento, previsto all’interno del Bill of Rights del 1688 (principio tra l’altro recepito anche nella nostra Costituzione e in quella degli altri Paesi sopra citati). Bene, sono contento di poter dire che quello a mio avviso non è un modello da seguire. E quando si cita l’art.9 del Bill of Rights forse sarebbe bene ricordare anche il fecondo dibattito negli anni circa l’interpretazione da dare a tale articolo, oltre a menzionare l’interpretazione oggi consolidata (ovvero immunità solo per le opinioni espresse in ambito parlamentare).

Mi domando se chi reclama a gran voce l’abrogazione dell’immunità per compiacere gli umori popolari più selvaggi abbia tenuto conto di questi piccoli, insignificanti dettagli. Nel Paese che ha visto un rapporto così malato fra potere politico e potere giudiziario, nel Paese degli eccessi e degli abusi compiuti in nome di una presunta giustizia, non è pensabile di consentire al potere giudiziario di agire con poche e blande limitazioni. Nel Paese delle osmosi senza filtri, dove un Ingroia, un De Magistris o un Di Pietro hanno potuto speculare sul proprio (discutibile) operato di magistrati per accedere immediatamente alla carriera politica non è davvero possibile. O si lascia una qualche tutela al potere legislativo, o si scivola verso un’invasione di campo (consapevole o inconsapevole, a seconda della buona fede di chi opera) della magistratura nella vita politica e democratica di questo Paese.

Sperando di non avervi tediato troppo con queste mie riflessioni, vi abbraccio

                                                                                                                                                                                                   Matteo

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