Il Cenacolo del Maltinti

Anche se non volete sapere quello che penso, lo dico comunque

Quale identità per il Pd?

logo_pd2La vulgata generale vuole che mai come in questi tempi il Partito Democratico sia preda degli ex democristiani: un ex democristiano come Enrico Letta a Palazzo Chigi, un ex popolare come Matteo Renzi pronto a prendere in mano le redini del partito. E gli altri? Gli eredi della gloriosa tradizione del comunismo all’italiana, di quel PCI che nel bene e nel male ha segnato per quasi settant’anni la storia politica del nostro Paese, che fine hanno fatto? Questa pare essere la domanda delle domande fra coloro che no, proprio non si rassegnano all’idea che il Pd si consegni mani e piedi senza combattere al sindaco di Firenze. E che magari sopportano con malcelato travaglio l’idea che il loro punto di riferimento, Pierluigi Bersani, il garante di quella restaurazione pidiessina e nel solco del post-comunismo portata avanti nei metodi e nella sostanza fin dal 2009, sia stato messo da parte favorendo l’avvento a Palazzo Chigi di Letta.

Se si analizzano con obiettività i fatti e la storia, si capisce perfettamente come in realtà questo presunto predominio democristiano sul Pd sia pura fantasia. Se si esclude la prima fase della segreteria Veltroni (2007-2008), il Pd è stato fino ad oggi una semplice sommatoria fra appartenenti ai due partiti fondatori. E le responsabilità sono condivise: chi, dentro a DS e Margherita, ha spinto fino all’ultimo per evitare la nascita del soggetto unitario, ha continuato a operare perché vecchie pratiche e consuetudini perdurassero. E da qui abbiamo ad esempio quell’assurdo schema ben illustrato da Antonio Funiciello nel suo libro “A vita. Come  e perché nel Partito Democratico i figli non riescono ad uccidere i padri” (Donzelli Editore, 2012) per cui le cariche politiche nel nuovo partito sono state ripartite in una logica di quote (maggioranza ex DS – minoranza ex Margherita), con gli ex popolari ridotti a un ruolo marginale e di contorno rispetto al corpaccione del partito proveniente dall’esperienza diessina. Sempre Funiciello, nel suo saggio, descrive con intelligenza l’accondiscendenza benevola degli ex popolari rispetto a tale logica, illustrando come esempio positivo e di rottura la candidatura alle primarie fiorentine del 2008 di Matteo Renzi, il quale preferì sfidare il gruppo dirigente locale piuttosto che fare – come da programma – un secondo mandato alla guida della provincia di Firenze, sconvolgendo totalmente gli equilibri prestabiliti. Leggi il seguito di questo post »

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Ma cancellare il Porcellum non basterà

porcellumIn questi giorni convulsi di crisi di governo si fa un gran parlare attorno alle ipotesi più disparate: c’é chi evoca un nuovo patto di legislatura con il sostegno dei parlamentari “governisti” del Pdl, c’é chi chiede di tornare immediatamente alle urne, c’é chi chiede un governo di scopo “con chi ci sta” per varare la legge di stabilità e la legge elettorale che sostituisca il Porcellum per poi tornare alle urne.

Di questi tre scenari, i più probabili mi paiono il primo e il secondo; tuttavia voglio dedicare una riflessione a parte rispetto al problema della legge elettorale. Essa può infatti contribuire alla stabilità del sistema politico e istituzionale, ma da sola non basta per garantirne l’efficienza. In parole povere: se c’é qualcuno che pensa che semplicemente togliendo di mezzo il Porcellum il quadro politico si aggiusterà in automatico, quel qualcuno ha visto un bel film, come si dice dalle mie parti. La legge elettorale infatti é uno strumento giuridico, in quanto tale per sua natura imperfetto e mai infallibile; se pensiamo alla complessità del nostro scenario politico, all’alta frammentazione del voto registrata anche in occasione delle ultime elezioni a febbraio, ci rendiamo conto di quanto una nuova legge elettorale da sola sia insufficiente a garantire un governo solido e duraturo al Paese. Leggi il seguito di questo post »

Quelli che “il nostro sindacato non fa politica”

LogoFiomQualche tempo fa a Bologna, la mia città, si è svolto un convegno/raduno della FIOM che – secondo le interpretazioni dei giornali – avrebbe dovuto fungere da prova generale per la nascita di una nuova forza politica di sinistra, con ospiti eccellenti come Fabrizio Barca, Sergio Cofferati e Stefano Rodotà. Per curiosità ho partecipato, anche se solo alla prima parte dei lavori in mattinata, ascoltando il video-intervento di Barca e la relazione introduttiva di Maurizio Landini. Proprio della relazione introduttiva mi aveva colpito un passaggio in particolare, dove Landini diceva : noi non facciamo politica, vogliamo bensì offrire una visione ampia e propositiva che sia di aiuto per la trasformazione della società.

Questa frase mi è tornata in mente ieri, quando scorrendo i titoli dell’edizione online di Repubblica Bologna mi è capitato sotto il naso questo articolo : per sintetizzare, il segretario provinciale della FIOM Papignani invitava, in maniera alquanto perentoria, Sinistra Ecologia e Libertà – alleata del Pd in giunta comunale – a fare scelte ben precise e a trarre le conseguenze in merito al referendum sui finanziamenti alle scuole dell’infanzia paritarie che si svolgerà a Bologna il 26 maggio; non pago, il sindacalista vagheggiava non meglio precisate ricadute elettorali sul centrosinistra in occasione delle future elezioni amministrative del 2016, facendo intuire che in ogni caso ci sarebbero state conseguenze.

Penso che questo episodio, a mio giudizio squallido, sia un’occasione per riflettere in maniera ragionata e costruttiva sul rapporto fra partiti e sindacati; un partito come il Pd ad esempio, che metta fra le proprie priorità il tema del lavoro, non può certo rifiutare di ascoltare o di confrontarsi con un sindacato come la FIOM, che raccoglie ancora oggi così tante adesioni fra i lavoratori. E questo vale per la FIOM, come vale per gli altri sindacati che svolgono un’importante funzione all’interno della nostra società, come la CISL e la UIL, poichè la FIOM e la CGIL non possono pensare di essere le uniche depositarie del verbo autentico del mondo del lavoro.

Qui si pone il problema : ascoltare non significa accettare veti o farsi dettare la linea. Per questo motivo tanto più un partito è solido (nel senso di : idee chiare, programma chiaro, linea politica frutto di vera discussione e poi approvazione, autonomia nelle proprie scelte che deriva dalla capacità di attrarre direttamente consensi), tanto più sarà difficile che si faccia condizionare dalle spinte esterne. Quello che è veramente inaccettabile è il fatto che possa succedere quanto riportato nell’articolo di cui sopra. Non c’è nulla di male nel confrontarsi con associazioni di lavoratori, così come ci si confronta con quelle dei datori di lavoro. E’ invece sbagliatissimo pensare di poter sottostare a certi ricatti per paura di perdere voti.

Evidentemente le esternazioni di Papignani hanno un loro preciso fondamento : in un contesto di crisi complessiva del quadro partitico, i cosiddetti corpi intermedi – come i sindacati – possono essere tentati, nello smarrimento e nella confusione, dal sostituirsi deliberatamente ad altri mezzi di rappresentanza, come appunto i partiti politici. E la tendenza della FIOM in questo senso si è già più volte manifestata, basti pensare agli ammiccamenti al Movimento 5 Stelle, alla solidarietà col movimento No-Tav, al ruolo da protagonista che sta giocando nell’apertura del cantiere per una “nuova sinistra”, all’aver sposato la causa proprio dei referendari che a Bologna chiedono la soppressione della convenzione con le scuole dell’infanzia paritarie.

In più occorre considerare la “strutturazione” del voto ai singoli partiti : non è difficile immaginare come buona, buonissima, parte del bacino elettorale di SeL sia collocato – grazie alla presenza di numerosi dirigenti di quel sindacato tra le file del partito di Vendola, a partire dallo stesso Landini – proprio lì. Di qui la velata, nemmeno troppo, minaccia sia nei confronti di SeL che del centrosinistra. Come evitare situazioni di questo tipo l’ho scritto sopra (partiti con la schiena dritta, forti nel loro agire nella società), sta ai singoli valutare ed eventualmente muoversi in quella direzione.

 

Quelli che guardano (sempre) indietro

943570_10151630626021894_1383497343_nOggi per puro caso mi è finita sotto al naso questa vignetta di Staino; al netto del chiaro intento satirico – sul quale non m’interessa sindacare – vorrei provare invece, partendo proprio da questa vignetta, a sviluppare una piccola riflessione sui motivi per cui in Italia la sinistra, il centrosinistra o come diavolo lo si vuol chiamare non riesce a decollare. A nessuno viene mai in mente di chiedersi, ad esempio, perchè si viene percepiti come eccessivamente autoreferenziali?

Prendiamo ad esempio questa benedetta vignetta; oggetto della “lamentazione” è il fatto che i poveri e bravi compagni di ascendenza pici-ista sono relegati a gestire il volontariato delle feste dell’Unità (metafora per indicare in maniera più larga il volontariato e la militanza), mentre i “cattivi” – ovvero ex democristiani ed ex socialisti – si sono presi tutte le poltrone e gli incarichi più importanti. Immagino che Staino volesse semplicemente ironizzare su una situazione di fatto (Letta, ex DC , a Palazzo Chigi ed Epifani, ex PSI, segretario PD) , il problema sono invece quelli che pensano seriamente che le cose stiano come in quella vignetta. Quante volte nei discorsi della cosiddetta “base” o dei semplici militanti, ma anche di dirigenti di livello medio-alto, si sente ripetere il mantra “ah se si tornasse ai bei tempi di Enrico”, “ah se ci fosse ancora il PCI”, “ah questi cattolici e vari finti personaggi di sinistra che rovinano il partito”? Troppe. Lì risiede il nocciolo della questione : una larga parte dello zoccolo duro del PD pensa che il problema si chiami Partito Democratico; una larga parte del nucleo storico di elettori del PD è dell’opinione che si debba tornare indietro, che sia necessario tornare ai tempi di Berlinguer e che l’unico modo per uscire dalla crisi in cui versa il partito sia modellarlo a immagine e somiglianza del vecchio PCI.

Naturalmente si potrebbe obiettare chiedendo quante vittorie importanti e significative sul piano elettorale abbia portato a casa il PCI di quegli anni, ma non voglio girare il coltello nella piaga sanguinolenta dei vari nostalgici; davvero, cari amici, pensate che il problema siano “gli altri”? Certo, esistono forme di nostalgismo altrettanto pericoloso, come quello che vorrebbe ricostruire un unico partito dei cattolici, che io penso vada emarginato; ma qui si parla del diverso, di ciò che non è strettamente correlato alla cultura post-comunista. In qualunque paese normale la tradizione progressista e riformista accetta il contributo di forze e di intellettuali non necessariamente collegati al socialismo; solo in Italia continua a permanere a sinistra una sorta di conventio ad excludendum verso chi non viene da una certa storia politica o verso chi addirittura una storia politica precedente non l’ha mai avuta. Questo settarismo elitario conduce per forza di cose all’indagine quasi fiscale sulle provenienze, ben illustrata dalla vignetta di Staino. Il PD che io immagino invece è un partito aperto che accetta i contributi di tutti i riformisti e progressisti senza avere la puzza sotto il naso, e che basa la propria discussione sul rispetto reciproco.

Proviamo a fare questo sforzo, e le cose potrebbero andare un  po’ meglio.

Perché Monti

Mario Monti presenta il simbolo della sua listaCome qualcuno forse avrà saputo, in occasione delle elezioni politiche del 24/25 febbraio ho dato il mio voto a Scelta Civica, la lista promossa dal premier uscente Mario Monti. E’stato il primo voto della mia vita, escludendo quello dei 4 referendum di due anni fa, e potevo esprimermi solo relativamente alla Camera dei Deputati. La scelta non é stata semplice e, devo dirlo, molto dolorosa e combattuta. Con le primarie del centrosinistra, noi tutti – bersaniani, vendoliani, renziani, etc – ci eravamo impegnati a sostenere lealmente il vincitore nella corsa per Palazzo Chigi; ammetto di non averlo fatto, e ammetto anche di non essere affatto pentito della mia decisione. So perfettamente di essere criticabile per questo, ma ciò non m’impedisce di difendere la mia scelta e spiegarne – sinteticamente – le ragioni. Leggi il seguito di questo post »

Cosa stanno combinando con la legge elettorale

Premessa indispensabile : non sono io l’autore di questo post. Per una volta mi limito a riportare quello che altri hanno scritto, più che altro perchè credo che la persona in questione abbia competenze e conoscenze sul tema (la riforma elettorale) molto più ampie delle mie, che sono pur sempre le conoscenze di chi è ancora al secondo anno di università. Stefano Ceccanti (qui il suo blog), docente di diritto pubblico comparato all’Università della Sapienza e attualmente senatore del Partito Democratico, ha scritto questa sorta di vademecum alla proposta di riforma elettorale approvata questa mattina dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato (favorevoli Pdl, UdC, Lega Nord e  Coesione Nazionale; contrari PD, IdV e il presidente della commissione Carlo Vizzini). Al di là di tutto e delle considerazioni tecniche, mi limito a far notare il dato politico rilevante : il vecchio centrodestra (Pdl, Lega e UdC) si è ricompattato in occasione di questo voto. Se sia un segnale di riavvicinamento fra quei partiti dopo l’uscita di scena di Berlusconi non lo so, mi pare prematuro affermarlo. Quello che è certo è che il Partito Democratico, nel darsi una propria strategia in vista delle elezioni politiche del 2013, non potrà non tenere conto del comportamento dell’UdC e quindi non potrà esimersi dal compiere una riflessione a 360° sul cosiddetto patto fra progressisti e moderati. Leggi il seguito di questo post »

Perché con Renzi

Partirei dall’iper-criticato tema della “rottamazione”; credo che sia ora di guardarci in faccia e dirci le cose come stanno. Intanto, chiedere il rispetto del limite dei tre mandati per i parlamentari non è reato di lesa maestà ma rispettare la lettera dello statuto del PD varato nel 2007 (anche perchè potrei capire se avessimo in parlamento dei De Gasperi, dei Berlinguer, dei Nenni o dei La Malfa, ma in questo caso penso che nessuno sia insostituibile). Ma andiamo pure oltre la formalità e la burocrazia : la classe dirigente del centrosinistra non è stata capace in vent’anni di portare a casa un significativo successo che fosse uno, se non il primo governo Prodi alla fine degli anni’90 (e non a caso Prodi è sparito dalla scena politica, troppo anomalo per una politica oligarchica e gestita per intero dai capipartito). Il resto è storia che conosciamo tutti. E non si tratta solo di una questione anagrafica : sono le idee, vecchie, superate, anacronistiche, che devono essere archiviate. La sinistra perde perchè da vent’anni dice sempre le stesse identiche cose, e perchè riesce a comunicare esclusivamente con lo zoccolo duro della sua base elettorale. E in questo discorso certamente ricopre un ruolo significativo la permanenza sulla scena politica dei soliti noti : persone rispettabili, con una storia politica onorevole, che hanno fatto però il loro tempo e che avendo attraversato tutte le stagioni politiche immaginabili (contornate da successi, trionfi, ma anche da scandali e molte ombre) non possono adesso riproporsi come guide credibili per il passaggio ad una nuova stagione politica. E mi dispiace dirlo, con tutto l’affetto che posso provare per il segretario del mio partito, ma Pierluigi Bersani rientra in questa categoria. Persona degnissima, ottimo amministratore, ma “unfit” per la nuova stagione che viene ad aprirsi. E non si pensi che sostituendo i “soliti noti” con persone anagraficamente più giovani e che ripetono però a macchinetta i soliti mantra incontestabili della old left il problema possa essere risolto. Da questo punto di vista, sono convinto che Matteo Renzi possa dare al Paese e al centrosinistra la scossa che serve per cambiare direzione di marcia. Poi qualcuno dirà : sì però anche Renzi è in politica da molti anni, è passato per PPI, Margherita e infine PD. Partendo dal presupposto che Renzi ha sempre operato sul piano locale e non è mai stato un dirigente politico di peso sul piano nazionale prima di diventare sindaco di Firenze, ricordo che Tony Blair si fece quattordici anni in parlamento prima di essere eletto primo ministro all’età di 44 anni; non è solo questione di anagrafe, come si diceva. Leggi il seguito di questo post »

La sinistra e la “questione sicurezza”

Penso che uno dei temi più ignorati e sottovalutati dalla sinistra italiana sia quello della sicurezza; o per meglio dire, il tema dell’ordine pubblico, del rispetto delle leggi e della sicurezza (individuale e collettiva).

Non voglio dire che la sinistra non si occupi del tema; la mia impressione è semplicemente che non lo faccia nella maniera dovuta, con una certa dose di superficialità e quasi di fastidio, come se fosse un argomento noioso e che crea solo delle rogne a livello elettorale. Non è troppo difficile individuare la causa (o almeno, una delle cause) di questo atteggiamento : per molto tempo e ancora oggi, far rispettare le leggi e mantenere l’ordine pubblico è considerato come qualcosa di destra. Complici anche alcuni episodi del passato remoto (vedasi alla voce celerino) e meno remoto (gli abusi vergognosi compiuti da alcuni elementi delle forze dell’ordine in occasione del G8 di Genova nel 2001, con sottofondo di canzonette del regime fascista), questo fraintendimento è stato portato avanti fino ai giorni nostri. Con conseguenze infelici sul piano delle scelte e delle strategie adottate dalla sinistra a livello di propaganda elettorale. Leggi il seguito di questo post »

Il dopo-Monti

In questi giorni (oltre a studiare per gli esami universitari) ho fatto un po’di mente locale su quello che sarà il futuro della “sinistra” (concetto vago, almeno da queste nostre parti) italiana nel dopo-Monti. Oggi per esempio imparo che Monti per la prima volta non nega di poter essere della partita anche dopo la scadenza del suo mandato straordinario. E allora cosa faranno quelli che nel PD lo appoggiano più convintamente? Lavoreranno per una sua riconferma o si impegneranno a fianco del segretario Bersani quando ufficializzerà la sua candidatura?

Quello che è certo è che il governo Monti, nel bene e nel male, ha costituito una cesura netta e definitiva rispetto alla precedente stagione berlusconiana. Dopo questo governo, nulla sarà come prima. La vecchia polarizzazione del quadro politico fra berlusconiani e antiberlusconiani non ha più ragion d’essere. La frammentazione e l’incertezza regnano sovrane : a sinistra, un PD ambiguo e con le idee mai definitivamente chiare è affiancato da partiti personalisti e movimentisti che in un normale paese europeo starebbero fuori da ogni alleanza di centrosinistra. L’SPD tedesca non si è mai sognata per dire di fare accordi nazionali con la Linke a livello nazionale in tempi recenti, e Vendola e Di Pietro non hanno per esempio nulla da spartire con la serietà e la responsabilità dei Verdi tedeschi. Il centro dello scacchiere è presidiato per così dire da un terzo polo ormai imploso e che viaggia in ordine sparso, con probabili new entry nel 2013 (si veda alla voce Montezemolo o al fervido attivarsi dell’associazionismo cattolico). A destra il PDL è ormai un paziente in coma vegetativo, mentre la Lega deve ancora riprendersi dalla batosta delle amministrative e dagli scandali della famiglia Bossi. In buona salute il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che sebbene in questi giorni sia dato in discesa, viaggia comunque su una lusinghiera percentuale che si aggira intorno al 16%. Leggi il seguito di questo post »

Malo-giornalismo

Premessa : non ritengo di avere l’autorità e la competenza necessaria per giudicare sulle capacità dei singoli giornalisti. Leggendo però spesso i giornali, credo di aver imparato almeno a distinguere tra giornalismo fatto a modo e giornalismo sprovvisto di qualunque contorno etico.

Per esempio, questo pomeriggio mi capita di aprire online La Repubblica – edizione locale bolognese – e di trovare questo pezzo; un esponente del PD locale viene accusato di aver definito la giunta comunale “antisemita” in merito alla gestione dei T Days, ovvero le giornate in cui la cosiddetta zona della T (nel pieno del centro storico) diviene zona pedonale. Il tema – molto caldo – della pedonalizzazione ha infatti suscitato molte polemiche in città, soprattutto da parte dei commercianti che temono di vedere ridotti i loro profitti da questo tipo di provvedimento. Leggi il seguito di questo post »